ABITO: per una moda inclusiva e sostenibile

Il progetto torinese che dà ai vestiti usati una seconda vita

300kg: questo il peso dei vestiti usati salvati ogni settimana dal progetto ‘ABITO’; un emporio dove gli abiti trovano nuova vita: si donano, si scambiano, si rigenerano e diventano motivo di inclusione sociale.

È anche grazie ad ABITO se oggi leggete questo articolo: uno dei motivi per cui non riuscivo a riprendere in mano il blog era che non sapevo con quale argomento (ri-)iniziare. Volevo che fosse qualcosa di rilevante, che rappresentasse la mia voglia di dare un contributo. Un contributo a che cosa, ancora non lo sapevo.

Poi un giorno mi sono imbattuta in una pagina Facebook in cui si respiravano inclusione e creatività: era quella di ABITO, un progetto di moda sostenibile che fa bene all’ambiente e alla comunità.

Quando ho scoperto che era qui a Torino, mi sono ripromessa che – appena la situazione lo permetterà – busserò alla loro porta; nel frattempo, ho bussato alla loro casella di posta.

Ha risposto la giovane Elisa Valenti, coordinatrice di ABITO.  Con una laurea triennale in Economia Aziendale e una specialistica in Scienze della Cooperazione Internazionale, è arrivata ad ABITO guidata dalle sue due grandi vocazioni: la sostenibilità ambientale e la giustizia sociale. “Direi che in ABITO questi elementi si uniscono decisamente!” mi scrive entusiasta. 

Scopriamo ABITO con le parole di Elisa

Buongiorno Elisa e grazie per aver accettato di raccontare il progetto ABITO ai lettori di inMediaMess! Qui siamo nella rubrica dedicata alla sostenibilità – inaugurata con un articolo su sostenibilità, fashion sharing e second hand -, che è anche il cuore del progetto ABITO.

Ma partiamo dall’inizio: cos’è ABITO?

Il progetto ABITO nasce con l’idea di rinnovare lo storico servizio di distribuzione di vestiario della Società San Vincenzo de Paoli di Torino, trasferendolo in un locale che rendesse l’attività più dignitosa e fruibile.

Il nome ABITO è già da solo una dichiarazione di missione. Accanto ad un abito dignitoso per tutti, vogliamo che le persone che seguiamo abitino la comunità, che siano parte attiva di essa. Per questo, un punto chiave di ABITO è la reciprocità dei partecipanti, che non sono beneficiari passivi, ma collaborano attivamente al progetto o svolgono attività presso altre associazioni, reciprocando l’aiuto ricevuto. Si creano così, tra donatori, beneficiari e volontari, interazioni che beneficiano l’intera collettività, rendendola sicuramente più inclusiva.
 

Come funziona esattamente?

Per accedere al nostro servizio è necessario portarci l’ISEE come garanzia di un reale stato di bisogno. Gli iscritti potranno poi usufruire dell’emporio, scegliendo gli abiti che preferiscono. Attualmente l’accesso è su prenotazione a causa della situazione sanitaria e i beneficiari hanno a disposizione dai 20 ai 40 minuti, a seconda delle dimensioni del nucleo familiare. 
 

Perché è un progetto sostenibile? E quali sono i “tipi” di sostenibilità coinvolti?

ABITO: progetto di scambio e inclusione
Il progetto ABITO propone un sistema che mira alla sostenibilità sociale, ambientale ed economica (infografica dal sito web www.progettoabito.org)

Ci sono diversi tipi di sostenibilità che perseguiamo.

In primo luogo, ABITO recupera circa 300kg di vestiti usati ogni settimana, rimettendoli in circolo ed evitando quindi di trasformare in spazzatura beni ancora in ottime condizioni. Tuttavia, questo tipo di sostenibilità agisce solo nella fase finale della filiera della produzione di vestiti, che, come tutti, sappiamo è un settore altamente inquinante e soprattutto con una produzione sovradimensionata rispetto ai bisogni globali. Cerchiamo quindi anche di educare ad un uso consapevole della moda.

Da un lato, abbiamo messo dei limiti al numero di capi che ciascun utente può prendere: il fatto che gli abiti siano gratuiti non deve infatti trasformarsi in un fattore che incentiva l’accumulo di beni non necessari; inoltre, la partecipazione degli utenti alle attività di progetto favorisce anche la comprensione di queste dinamiche.

Dall’altro lato, introdurremo a breve anche un limite ai capi che i donatori possono conferirci: il dono deve infatti essere sempre un atto di cura verso il prossimo e non uno smaltimento di acquisti sfrenati. 

Andiamo alle origini: da dove è nata l’idea e come siete riusciti a svilupparla?

Da decenni la Società San Vincenzo de Paoli di Torino gestiva un punto di distribuzione di vestiti. Il mio collega Giorgio Ceste, insieme ad altri volontari dell’associazione, ha sentito il bisogno di rinnovare quanto esisteva per rendere il servizio più efficiente e soprattutto più dignitoso.

Il nostro emporio ha a tutti gli effetti l’aspetto di un vero negozio e capita spesso che passanti per strada entrino chiedendo di comprare dei capi. Già solo l’aver strutturato la distribuzione in questo modo rende i nostri utenti più a loro agio nel beneficiare del servizio e incoraggia persone che, pur avendo bisogno, sono più restie ad accettare aiuto.

Cruciale per l’avvio del progetto è stato il cofinanziamento dall’Unione europea, nell’ambito del Programma Operativo Città Metropolitane 2014-2020.

Ho letto della vostra iniziativa “Un armadio di lavoro”: di cosa si tratta?

Un armadio di lavoro intende donare alle persone impegnate in una ricerca attiva di lavoro oppure a giovani neodiplomati o neolaureati in cerca di un primo impiego i vestiti più adatti ai colloqui di lavoro.

Con questa iniziativa abbiamo cercato un ulteriore modo per essere vicini a quanti, in questo periodo di grande difficoltà, devono cercare una nuova occupazione.

Siamo partiti prendendo atto del fatto che abbiamo sempre dovuto rifiutare e in molti casi smaltire abiti eleganti e formali perché non pratici per i nostri utenti e quindi ci siamo detti: e se provassimo a distribuire anche questi?

Un armadio di lavoro è aperto a tutti: da chi desidera avere un guardaroba sostenibile evitando quindi di acquistare un capo che metterebbe poche volte (del resto, come abbiamo detto, la moda inquina!) a chi invece vuole evitare, per vari motivi, la spesa per un abito in un periodo economicamente non facile.

E ora uno sguardo al futuro: quali sono i prossimi passi?

A gennaio sono partiti i nostri corsi di sartoria destinati alle nostre beneficiarie dell’emporio. Attualmente abbiamo quattro allieve, provenienti da Algeria e Marocco e, non appena la situazione sanitaria migliorerà, amplieremo i corsi ad altre allieve.

I corsi sono un momento per creare spazi di inclusione sociale e fornire competenze professionalizzanti a donne senza occupazione.

Per finire, un appello a chi voglia collaborare con voi o sostenervi

A marzo abbiamo lanciato una raccolta fondi per sostenere l’organizzazione dei corsi di sartoria. Vi invitiamo quindi a partecipare! 

Accettiamo anche donazioni di beni, quali macchine da cucire (funzionanti!), tessuti e altro materiale per la sartoria. Attualmente la raccolta di abiti è invece sospesa per motivi sanitari, ma speriamo di poter riprendere presto!

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