‘Exit west’ di Mohsin Hamid

‘Exit west’ di Mohsin Hamid

Exit west: un romanzo sul migrare nello spazio e attraverso il tempo

Exit West di Mohsin Hamid, pubblicato da Einaudi nel 2017, è un romanzo di cambio di prospettiva. Il lettore si ritrova nei panni di due protagonisti, Nadia e Saeed, migranti di un mondo tanto distopico quanto realistico e attuale.

Siamo in un paese non meglio identificato del Medio Oriente in cui è in atto una guerra civile. Nadia e Saeed vivono gli inizi della loro relazione in una situazione anomala, in cui sotto la devastazione delle bombe cercano di ritagliarsi un piccolo spazio per il loro rapporto.

In alcuni passaggi, Exit west mi ha ricordato il Grande Fratello del romanzo 1984 di George Orwell: i cittadini sono controllati da miliziani, robot e telecamere. L’uso dei telefoni cellulari non sempre è consentito né sicuro, non ci si può tenere per mano per strada e la musica a un certo punto viene bandita.

Il fantastico di Exit west: le porte verso altri paesi

Viene controllata anche l’unica e ultima fonte di salvezza: le porte. Nel paese dei protagonisti, infatti, cominciano a comparire delle porte che conducono in altri luoghi.

Anche l’effetto che le porte facevano alla gente si modificò. Girava voce che ci fossero porte capaci di trasportarti in altri luoghi, anche molto remoti, lontano dalla trappola mortale in cui si era trasformato il loro paese. Alcuni sostenevano di conoscere qualcuno che conosceva qualcuno che era passato attraverso una di quelle porte. Una porta normale, dicevano, poteva trasformarsi in una porta speciale, e poteva accadere senza preavviso, a qualunque porta. Quasi tutti le consideravano voci prive di fondamento, sciocche superstizioni. Eppure quasi tutti avevano cominciato a guardare le proprie porte in modo un po’ diverso.

Anche Nadia e Saeed parlavano di quelle voci, senza però dargli credito.

Ma ogni mattina, quando si svegliava, Nadia guardava la porta d’ingresso, e quelle del bagno, dell’armadio, della terrazza. E ogni mattina, in camera sua, Saeed faceva più o meno lo stesso. Tutte le loro porte continuavano a essere semplici porte, interruttori che regolavano il flusso tra due spazi adiacenti e potevano solo essere o aperte o chiuse, ma ognuna di quelle porte, considerata con una punta di irrazionale speranza, diventava anche parzialmente animata, un oggetto dotato del sottile potere di schernire, schernire i desideri di coloro che desideravano andarsene lontano, sussurrando in silenzio dai loro infissi che tali sogni erano pura follia.

Questo è l’elemento fantastico del romanzo che però è talmente reale e vicino a quello che stiamo vivendo che tanto fantastico non sembra.

Porte, schermi e nuove frontiere

Le porte rappresentano da un lato le frontiere, dall’altro gli schermi dei telefoni cellulari, che ci permettono di raggiungere luoghi lontanissimi restando chiusi nella propria camera.
Nessuno sa dove conducano queste porte. In paesi ricchi e in pace, in cui potersi rifare una vita? O in paesi ancora più miseri e poveri del proprio e in cui potrebbe esserci la guerra? Ma queste porte sono l’unica salvezza per delle persone disperate che non vedono un futuro nel posto in cui vivono; le porte danno loro un briciolo di speranza, la speranza di poter sopravvivere e vivere una vita se non normale, almeno accettabile.

Migranti nello spazio e attraverso il tempo

Siamo dunque tutti migranti nello spazio attraverso queste porte, come attraverso ogni frontiera che attraversiamo nella nostra vita; ma siamo anche migranti attraverso il tempo, come comprende a sue spese una vecchietta che, pur rimanendo una vita intera nella sua casa, vede il mondo cambiare attorno a sè. Lei è una migrante attraverso il tempo:

[…] e ora si stavano aprendo tutte quelle porte da chissà dove, e arrivava ogni sorta di strana gente, gente che sembrava sentirsi più a casa propria di lei, perfino i senzatetto che non parlavano inglese, più a casa propria forse perché erano più giovani, e quando usciva l’anziana signora aveva la sensazione di essere emigrata anche lei, che tutti emigriamo anche se restiamo nella stessa casa per tutta la vita, perché non possiamo evitarlo.
Siamo tutti migranti attraverso il tempo.

Essere un migrante nel XXI secolo

Exit west è un libro sulla migrazione e su ciò che comporta abbandonare il proprio paese e i propri cari; il che, come dice lo scrittore, è un po’ come ucciderli.

[…] e così, facendogli quella promessa, lo stava in un certo senso uccidendo, ma così vanno le cose, perché quando emigriamo assassiniamo coloro che ci lasciamo alle spalle.

Questo ci permette, senza patetismi o teorie filosofeggianti, di capire cosa può provare un migrante del XXI secolo. Può essere un migrante che arriva dal Medio Oriente o dall’Africa, ma potremmo essere anche noi, migranti in un’Europa che può non accettarci più o in un altro paese del mondo che ci rispedisce a casa.

Perché migrare?

Quando prendiamo la decisione di lasciare il nostro paese non lo facciamo a cuor leggero: lo facciamo perché vorremmo poter avere gli stessi diritti di tante altre persone. Gli stessi diritti di quelli che ce l’hanno fatta, di quelli che hanno potuto studiare, che hanno potuto avere un lavoro dignitoso, comprare una casa o costruirsi una famiglia.
Noi migriamo costantemente perché ci teniamo al nostro futuro, e perché allora non dovremmo pensare alla migrazione come qualcosa di normale nella nostra epoca? Come qualcosa di positivo che permette a tutti di avere lo stesso diritto di vivere?

Exit west è quindi una fonte di moltissimi spunti di riflessione, anche se breve, nelle sue 152 pagine; una brevissima, ma densa riflessione sulla condizione di chi decide di lasciare il proprio paese per un futuro più roseo.

In Italia si parla di fuga di cervelli: si tratta di una fuga di giovani dal luogo in cui hanno studiato per trovare altrove un maggiore riconoscimento del proprio valore umano e intellettuale.

Ancora, però, non capiamo quanto importante sia tenere in considerazione ogni migrante del mondo come persona, come essere umano che vuole vedersi realizzato. Senza contare il fatto che se per noi si tratta di una questione soprattutto di tenore di vita, per altre persone si tratta di scappare dalla guerra, dalle torture, dalle violenze, da una condizione di indigenza totale.

Exit west: un romanzo di migrazione, amore, cambiamento e dolore dell’abbandono

Ora però sto divagando, sto andando oltre quello che racconta Mohsin Hamid nel suo romanzo; sto andando oltre perché Exit west mi ha spinto a fare delle riflessioni semplicemente raccontando una storia, quella di due giovani innamorati che devono affrontare due grandi problemi: la condizione di migranti e la crisi del loro rapporto. Una crisi che devono comprendere e superare e che può dipendere forse dalle mutate condizioni della loro vita o dal fatto che queste mutate condizioni li hanno cambiati profondamente.

Non pensate che si tratti di un saggio sociologico o di una complessa riflessione filosofica o paternalistica; si tratta di un romanzo di crescita e fantastico insieme, che racconta un viaggio, una storia d’amore, la difficoltà del cambiamento e il dolore dell’abbandono.

In questa intervista su L’Espresso, Mohsin Hamid però vede il futuro come un nuovo modo di vivere insieme, lasciando a noi, così come a Nadia e Saeed, un po’ di speranza.

Un romanzo per tutti: semplice e breve, ma denso di riflessioni e sentimenti

La scrittura è semplice e asciutta, con frasi brevi, ma costruite attorno alle parole giuste; per me è forse un po’ troppo asciutta, ma questa essenzialità è funzionale allo scopo che l’autore voleva raggiungere: trasmettere sentimenti e situazioni complesse con occhio oggettivo e lucido, ma che entra nei personaggi.

Con Exit west, Mohsin Hamid ci aiuta a comprendere, più di quanto possa fare un saggio sull’immigrazione, la situazione del migrante, di chi decide di lasciarsi alle spalle tutte le sue certezze per un futuro migliore.

Exit west lo consiglio a tutti: è breve, facilmente comprensibile, semplice e veloce da leggere, eppure tratta un tema molto complesso e su cui riflettere senza banalizzazioni. Non ha grandi colpi di scena, non è certo un giallo, né un thriller, ma nella sua semplicità e brevità riesce ad addensare una storia che ci rende tutti più umani.

Ti è piaciuto l'articolo? Condividilo!

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.