Hamburger senza carne, attivismo sui social media, moderazione dei contenuti online

Hamburger senza carne, attivismo sui social media, moderazione dei contenuti online

inWEEKLYmess #1 | 6-10 maggio 2019

Ecco gli articoli più interessanti che ho letto questa settimana:

L’hamburger senza carne è ormai realtà, e approda anche in Borsa (e da McDonald’s e Burger King) di Mariella Bussolati, Business Insider Italia

Oggi anche i vegetariani possono mangiare hamburger.
Lo sa bene la borsa, che in pochi giorni ha visto raddoppiare il valore azionario di Beyond Meat, azienda californiana che produce carne senza carne.
Ma cosa c’è, quindi, in questi hamburger? Ci sono ingredienti provenienti dalle piante, in primis dai piselli, senza OGM, soia o glutine; e pare che il sapore si avvicini moltissimo agli hamburger originali.

Obiettivo della Beyond Meat, fondata a Los Angeles nel 2009, è quello di affrontare quattro problemi legati all’impatto degli allevamenti di bestiame: la salute, il cambiamento climatico, la scarsità delle risorse naturali e il benessere degli animali.

Dalla carne senza carne alla ‘clean meat

Senza entrare nel merito degli impatti negativi che la produzione di carne ha sul nostro pianeta, vorrei invece portare l’attenzione sull’importanza di due tendenze: la carne senza carne e la ‘clean meat‘.
Anche prima delle proteste di Greta Thunberg per strigliare i governi sul tema dello sviluppo sostenibile e dei cambiamenti climatici e prima della diffusione dei venerdì per il futuro, gli scienziati erano già all’opera per produrre hamburger in laboratorio come soluzione ad alcuni problemi ambientali.

Nel 2013 a Londra il professore Mark Post dell’Università di Maastricht ha dimostrato come fosse possibile produrre un hamburger di ‘clean meat’ al costo di circa 300mila dollari. La ‘clean meat‘ o carne pulita deriva da un piccolo campione di cellule animali che vengono riprodotte in una coltura in laboratorio. Il risultato è un hamburger fatto al 100% di carne, ma pulita, cioè senza contaminazione batterica e significativamente più ecologica.

La startup di San Francisco Memphis Meats è riuscita a produrre un hamburger di ‘clean meat’ per 40 dollari al grammo, mentre la società di Mark Post Mosa Meats prevede di vendere il suo hamburger di ‘clean meat’ a 10 dollari entro il 2020.

Questo è solo uno dei progetti più futuristici degli ultimi anni e proprio ora sta diventando una realtà.

The Problem With Social-Media Protests. Online movements can burn out faster than campaigns that spend months or even years forging in-person connections di Antonia Malchik, the Atlantic

Spesso i social media sono visti come lo spazio perfetto per dare voce all’attivismo politico e sociale; ma – come si fa notare nell’articolo – se è facile dare vita a un movimento su Twitter o Facebook, condurlo a un cambiamento concreto non è altrettanto semplice.

Nel passato i movimenti politici e sociali richiedevano mesi, se non anni, per formarsi, oggi si può creare una petizione su Facebook o protestare con un ologramma; ne è un esempio la manifestazione del 2015 contro il Parlamento spagnolo, nata online e arrivata in strada a Madrid con una marcia di ologrammi, poi proiettati su uno schermo di fronte al Congresso.

Ma quale istituzione governativa risponderebbe alla protesta di un ologramma? Gliene importerebbe qualcosa? si chiede l’autore dell’articolo.
Senza considerare il fatto che bot e profili social falsi hanno avuto modo, anche in episodi recenti, di esprimere la loro “opinione” sui social network e di influenzare in parte quella dei cittadini.

In breve: sì, Internet è uno strumento utile per accelerare i processi di aggregazione e la diffusione delle idee, ma non sottovalutiamo l’importanza del ritrovarsi in una sala a discutere e in una piazza a gridare all’unisono la propria opinione.

La moderazione dei contenuti sui social funziona male e andrebbe completamente rivista di Angelo Romano, valigiablu

I social network sono un luogo per dar voce alle proprie idee, ma spesso questa voce si tramuta in condivisione di notizie false, in incitamenti all’odio e alla violenza, in discorsi propagandistici di tipo razzista.

Questa degenerazione della “democrazia” dei social network ha condotto le aziende che gestiscono queste piattaforme a prendere provvedimenti sotto forma soprattutto di censura. Ma davvero vogliamo che siano i big come Google e Facebook a decidere cosa possiamo leggere e cosa no?
Il problema è che la moderazione dei contenuti è un’attività molto complessa e i moderatori hanno una responsabilità immane, che tocca direttamente miliardi di cittadini e che riguarda il principio fondamentale della libertà di espressione.

Secondo l’autore dell’articolo, sono quattro le maggiori criticità da affrontare:

  • La moderazione dei contenuti è un lavoro pericoloso e stressante, ma non possiamo pensare di affidarla ai robot
  • La moderazione dei contenuti è incoerente e confusa
  • Le decisioni sulla moderazione dei contenuti possono causare danni reali agli utenti e alle imprese
  • I ricorsi non sempre funzionano e la trasparenza è minima

Se volete approfondire l’argomento, vi consiglio vivamente di leggere l’articolo di valigiablu, che offre numerosi esempi e spunti di riflessione.

Spero che questo piccolo riassunto settimanale abbia stuzzicato la vostra curiosità.

Ora tocca a voi!

Qual è la vostra opinione sui temi che abbiamo affrontato? Lo assaggereste un hamburger creato in laboratorio? Vi è mai capitato di partecipare a discussioni politiche e sociali online e poi di scendere in piazza? Siete mai incappati in commenti violenti o nella censura di contenuti? Fatemelo sapere nei commenti!

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