La moda tra sostenibilità, fashion sharing e second hand

La moda tra sostenibilità, fashion sharing e second hand

inWEEKLYmess #5 | 1-7 giugno 2019

La maggiore consapevolezza sui problemi etici e ambientali sta portando a grandi cambiamenti sia nei comportamenti delle aziende sia nelle abitudini di consumo. Nuove tendenze stanno toccando anche il settore della moda: dal fashion sharing ai materiali sostenibili, dall’usato al ritorno del vintage.

Una panoramica delle trasformazioni del settore fashion nella rubrica #inWEEKLYmess di questa settimana. Davvero abbiamo bisogno del fast-fashion?

L’economia della second hand

Quando ero i Scozia per l’Erasmus Traineeship, sono rimasta sorpresa dal numero e dalla varietà dei charity shops, negozi dell’usato dove si può trovare di tutto, dall’abbigliamento all’oggettistica, dai libri all’arredamento, e il cui ricavato va in beneficenza.
Ciò che mi ha sorpreso è stata soprattutto la naturalezza con cui le persone facevano ricorso ai charity shops, sia per regalare le cose che non usavano più, sia per comprarne altre. Un’abitudine che in Italia non trova una corrispondenza e a cui non ero affatto abituata. Forse a noi manca quel profondo senso di community che è invece insito nella cultura britannica, ma le cose stanno cambiando, anche se per motivazioni e stimoli diversi.

Per la maggiore e più sentita consapevolezza sui problemi etici e ambientali, stiamo pian piano cominciando a modificare le nostre abitudini di consumo. Il ritorno del vintage e dell’usato fanno parte di questo cambiamento.

Il mercato dell’usato

Secondo l’Osservatorio 2017 Second Hand Economy condotto da DOXA per Subito – sito dell’usato per eccellenza -, il valore dell’economia dell’usato è di € 21 miliardi, pari all’1,2% del PIL italiano, soprattutto grazie alla crescita della compravendita online; i più attivi in questo senso sono i millennials (59%).

Sebbene la prima motivazione dell’acquisto dell’usato sia, per il 70% degli intervistati, il risparmio rilevante, il 66% dei cittadini italiani cerca di favorire la sostenibilità ambientale attraverso il riutilizzo, a cui si affianca la possibilità di trovare pezzi unici, d’antiquariato o non più in commercio (35%).

Humana People to People Italia

In Italia, oltre ai numerosi negozi dell’usato che stanno nascendo, c’è Humana People to People Italia, organizzazione umanitaria politicamente indipendente e laica. Nata nel 1998, Humana, che si divide in Humana Vintage e Humana Second Hand, sostiene progetti di sviluppo nel Sud del mondo e azioni sociali e di sensibilizzazione in Italia con la raccolta, la vendita e la donazione di abiti usati.

In questo articolo su The Vision, Silvia Granziero fa un resoconto della differenti tendenze di consumo – tra cui il prestito e lo sharing – che stanno prendendo piede nel settore dell’abbigliamento, ma anche in quelli dell’immobiliare e dell’automotive.  

Fashion sharing e fashion leasing

Altro trend interessante è quello del fashion sharing, approfondito da un articolo di Beatrice Yang sul sito di Spindox.

Quando si parla di sharing economy (‘economia della condivisione’) si fa riferimento a un sistema economico di condivisione di beni o servizi tra individui privati, gratis o a pagamento, attraverso Internet.
Alcuni esempi di sharing economy degli ultimi anni si possono individuare in Airbnb, BlaBlaCar, Couchsurfing e molti altri.

Da qui deriva il fashion sharing, che si può declinare sia nella condivisione gratuita dei capi di abbigliamento sia nel prestito a pagamento. Una direzione positiva, se pensiamo all’impatto che l’industria della moda ha sull’ambiente…

L’industria della moda è una delle più inquinanti al mondo

I numeri dell'inquinamento dell'industria della moda.
L’inquinamento di moda © Artribune Magazine, dall’articolo Zeitgeist e moda. L’editoriale di Aldo Premoli

Secondo il rapporto del 2018 pubblicato dalla Commissione economica per l’Europa delle Nazioni Unite, l’industria della moda produce il 20% dello spreco idrico globale; la produzione di una maglietta di cotone richiede 2.700 litri d’acqua, la stessa quantità che una persona beve in due anni e mezzo. Il 10% delle emissioni mondiali di carbonio sono emesse dall’industria dell’abbigliamento e l’85% dei tessuti – 21 miliardi di tonnellate ogni anno – vengono inviati in discarica.

Accanto al tema della sostenibilità, ovviamente, ci sono altri aspetti quali l’alto prezzo unitario – soprattutto se relazionato alla crisi economica –, l’alta percentuale di inutilizzo e lo spreco di spazio, a causa di vestiti accumulati nel tempo e che non metteremo mai.

Ecco alcuni esempi di siti web in cui è possibile noleggiare vestiti – di uso quotidiano oppure di lusso -, una tantum o con un abbonamento mensile: DressYouCan, Drexcode, IOmisposo, Jewmia, lovedress, Front-Row-Tribe, per citarne alcuni.

La moda sostenibile parte dai materiali

L’innovazione tecnologica sta aiutando il cambiamento del nostro stile di vita anche per quanto riguarda riciclo e riuso. Su NinjaMarketing ho letto un articolo che fa una panoramica su alcune innovazioni tecnologiche nell’ambito dell’automotive, dell’alimentazione (come gli hamburger senza carne di cui vi ho parlato in questo articolo) e, ovviamente, della moda.
Per quanto riguarda quest’ultimo settore, vengono citate tre aziende:

  • Ginkgo Bioworks, dove la biodesigner Natsai Chiezasta sta sviluppando un nuovo metodo di colorazione dei capi (uno dei processi più impattanti sull’ambiente), grazie ai pigmenti secreti dal batterio S. coelicolor.
  • Modern Meadow, che produce biologicamente nuovi materiali sostenibili, tra cui Zoa, un’alernativa alla pelle.
  • Algiknit, che sta sviluppando materiali da materia organica, tra cui certi tipi di alghe, per creare le fibre dei tessuti.

Orange Fiber: la moda sostenibile arriva dagli agrumi

A questi esempio virtuosi vorrei aggiungere l’esperienza dell’azienda italiana Orange Fiber, che ha brevettato e produce tessuti sostenibili dagli scarti degli agrumi. Già presente sul mercato, ha alle spalle importanti collaborazioni con H&M (per la collezione premium Conscious Exclusive 2019) e Ferragamo. Tra pochi giorni terminerà la campagna di crowdfunding che hanno avviato su Crowdfundme per aumentare la loro capacità produttiva e migliorare il processo. Facciamogli un grande in bocca al lupo!

E voi come riciclate e dove recuperate i vostri vestiti? Avete consigli da dare per una moda più sostenibile?

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